Dalla manifestazione del 7 gennaio in memoria di Alessandro Ambrosio alla sequenza di aggressioni che segna l’avvio del 2026: non episodi isolati, ma un filo rosso che attraversa ferrovie e trasporto pubblico locale e interroga lo Stato sulla sicurezza di chi lavora.
Il 7 gennaio, a Bologna, non è andata in scena una protesta. È andato in scena qualcosa di più raro e più serio: un momento di raccoglimento collettivo, composto, senza slogan, per ricordare Alessandro Ambrosio. Migliaia di lavoratori, bandiere abbassate, parole misurate. In quella piazza c’era il dolore, ma anche una domanda che non ha bisogno di essere urlata per essere ascoltata: com’è possibile che chi lavora nei trasporti debba mettere in conto, ogni giorno, il rischio di non tornare a casa? La manifestazione non è stata la fine di una storia, ma l’inizio di una presa di coscienza che non può restare confinata al rito del cordoglio.
Perché mentre Bologna si fermava, il resto del Paese continuava a muoversi in direzione opposta. Nei primi giorni del 2026, la cronaca ha già consegnato un elenco che assomiglia a un bollettino: autisti colpiti durante una pausa, controllori mandati in ospedale per aver chiesto un biglietto, vetri infranti, pugni sferrati per “viaggiare gratis”. A Rubano, nel Padovano, un autobus di Busitalia preso di mira; a Torino un assistente alla clientela aggredito sulla linea 3, salvato solo dalla bodycam che ha fissato la violenza in immagini; a Conegliano un autista con la mascella fratturata. Cambiano le città, cambiano i mezzi ma la scena è sempre la stessa: il lavoro diventa esposizione, la normalità si trasforma in rischio.
Non siamo davanti a una sequenza casuale di fatti. Siamo davanti a un fenomeno che attraversa il trasporto ferroviario e il trasporto pubblico locale senza distinzione, che colpisce chi guida, chi controlla, chi assiste. Ed è qui che il tema smette di essere materia per convegni o protocolli di principio e diventa una questione di responsabilità concreta. I protocolli sulla sicurezza, più volte richiamati, non possono restare nell’alveo delle buone intenzioni. Senza azioni operative, senza monitoraggio reale, senza verifica dei risultati, rischiano di trasformarsi in un esercizio autoreferenziale. Non serve rifugiarsi in capziose discussioni sulle aree contrattuali o sulla legittimazione al confronto: questo non è un tema di relazioni industriali ma di sicurezza nazionale per le migliaia di lavoratori front line che garantiscono ogni giorno il diritto alla mobilità.
È per questo che al ricordo di Alessandro Ambrosio si è affiancata un’azione concreta: la mobilitazione delle segreterie regionali dell’Emilia-Romagna, le iniziative di sciopero, la richiesta unitaria di una raccolta fondi a sostegno della sua famiglia. Segni di una solidarietà che non si limita alle parole e che prova a tenere insieme memoria e responsabilità.
La sicurezza non è un’emergenza improvvisa né una bandiera da sventolare dopo l’ennesimo fatto di sangue. È una condizione strutturale del servizio pubblico. Continuare a rinviarla, a frammentarla, a diluirla in tavoli infiniti significa accettare che la violenza diventi parte del paesaggio. E allora vale ricordare un ammonimento antico e sempre attuale: di buone intenzioni è selciata la strada dell’inferno.
Il 2026 si è aperto così, con una domanda che resta sospesa e non può più attendere risposte di rito: quante aggressioni ancora serviranno prima di passare finalmente dalle parole ai fatti?






