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Martedì, Gennaio 13, 2026

Dopo l’omicidio del capotreno Alessandro Ambrosio, istituzioni e Ferrovie si incontrano in Liguria.

Giovedì 8 gennaio, a pochi giorni dall’aggressione mortale che a Bologna è costata la vita al capotreno Alessandro Ambrosio, in Liguria si è tenuta una riunione che avrebbe dovuto essere ordinaria e che invece si è caricata di un peso straordinario. Attorno allo stesso tavolo si sono seduti i prefetti di Genova, Savona, Imperia e La Spezia, i rappresentanti delle Forze dell’Ordine, le delegazioni del Gruppo FSI, la Regione e le segreterie sindacali regionali. Tutti consapevoli che, con la morte di un lavoratore in servizio, era stato varcato un limite che non può più essere tollerato, né aggirato con formule di rito.

A dirlo senza giri di parole è stata la FAST Confsal Liguria, che ha aperto l’incontro ricordando l’ovvio: non si può discutere di sicurezza facendo finta che l’indicibile non sia già accaduto. La morte di Alessandro non è un incidente statistico né una fatalità imprevedibile, ma l’esito di un contesto che da tempo espone il personale ferroviario a rischi crescenti, spesso denunciati e troppo spesso ignorati. Da qui la scelta di partecipare al confronto con spirito costruttivo, presentando anche un memorandum scritto ma senza edulcorare una realtà che non consente più rinvii.

Il confronto è proseguito con gli interventi delle varie componenti presenti ma sul fronte aziendale, secondo la valutazione sindacale, sono mancate proposte realmente capaci di cambiare lo stato delle cose. Nessuna svolta, nessuna misura strutturale in grado di rassicurare lavoratori e viaggiatori. Per questo le organizzazioni sindacali hanno formalizzato, con una lettera inviata nella stessa giornata, la richiesta di un tavolo congiunto che coinvolga tutti i segmenti regionali del Gruppo FSI: Trenitalia, RFI e FS Security. Perché la sicurezza non può essere scaricata sull’ultimo anello della catena, né demandata a una sola struttura, per quanto necessaria. Serve una strategia condivisa e una responsabilità collettiva.

Le proposte non mancano e sono tutt’altro che astratte: pattuglie rinforzate attive in modo imprevedibile, maggiore presenza sui treni e nelle fasce orarie più critiche, tornelli nelle stazioni isolate, rafforzamento e ampliamento dell’azione di FS Security a bordo dei convogli, controlli più incisivi nelle grandi stazioni con il supporto di Polfer ed Esercito. Idee concrete, già note, che però attendono ancora di essere discusse in modo organico con tutte le componenti aziendali regionali, cosa che finora non è avvenuta.

Torna anche un tema rimosso con troppa leggerezza: il Daspo ferroviario per chi si rende protagonista di aggressioni fisiche o verbali. Uno strumento previsto in passato nei protocolli nazionali e poi lasciato cadere, come se la sicurezza fosse una moda stagionale e non un dovere permanente.

Ma il punto finale va oltre il perimetro sindacale e chiama in causa la responsabilità della politica e del legislatore. Non è accettabile, né comprensibile, che persone arrestate più volte o già condannate per reati gravissimi possano continuare a circolare indisturbate, fino a trasformarsi in assassini annunciati. Non lo chiedono solo i ferrovieri, non lo chiede solo un sindacato. Lo chiede il senso stesso di una Repubblica che si dice libera, democratica e fondata sul rispetto della legge. Quando la sicurezza diventa un optional, a pagare sono sempre gli stessi: chi lavora e chi non ha protezioni. E allora il confine non è solo superato. È stato da tempo cancellato.