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Martedì, Marzo 10, 2026

Nelle ferrovie il cambiamento non arriva mai con annunci solenni ma attraverso scelte organizzative che, poco alla volta, ridisegnano il funzionamento della macchina. Gli ultimi confronti tra RFI e organizzazioni sindacali raccontano proprio questo passaggio: un’azienda che prova a rafforzare le proprie competenze interne e a riorganizzare i centri di governo della circolazione, mentre restano aperti alcuni squilibri strutturali che da anni accompagnano il sistema ferroviario.

Il primo fronte è quello della circolazione. Nel confronto con la Direzione Circolazione e Orario è emersa una fotografia del personale che parla chiaro: una forte concentrazione di lavoratori tra i 30-40 anni e tra i 50-60, con un evidente vuoto generazionale nella fascia intermedia. È l’effetto di un turnover insufficiente negli anni passati che oggi produce criticità negli impianti e nelle sale operative, proprio mentre la complessità del traffico ferroviario cresce e richiede competenze sempre più specializzate.

L’azienda ha illustrato un progetto per rendere più efficaci le sale operative, aumentando la capacità di gestire autonomamente le anomalie e migliorando il flusso di informazioni verso imprese ferroviarie e passeggeri. In questo quadro compare anche il concetto di “trasversalità”, cioè la possibilità di diversificare le attività e i percorsi professionali del personale. Un’idea che sulla carta può favorire crescita e flessibilità ma che, secondo il sindacato, dovrà poggiare su regole chiare e su un numero adeguato di addetti per evitare che diventi semplicemente un modo per coprire carenze organizzative. Anche perché la qualità del lavoro nelle sale operative resta legata a fattori molto concreti: ambienti adeguati, turni sostenibili e un rafforzamento reale degli organici. Non a caso l’azienda ha annunciato l’ingresso di 120 nuove unità entro l’estate, un segnale positivo ma che dovrà misurarsi con tempi lunghi di formazione e inserimento.

Sul fronte della manutenzione dei mezzi d’opera e diagnostici, invece, RFI punta a recuperare terreno sul piano delle competenze interne. Il progetto illustrato dalla struttura Se.Ro.Di. prevede l’internalizzazione di lavorazioni sugli organi di sicurezza – come rodiggio e sistemi frenanti – oggi affidate ai costruttori dei mezzi. Per arrivare a questo obiettivo sarà necessario aggiornare i manuali tecnici, avviare un percorso di formazione specialistica e prevedere un periodo di affiancamento operativo con le aziende costruttrici. Solo al termine di questo processo gli impianti potranno gestire direttamente interventi di primo livello e correttivi su una flotta sempre più ampia e tecnologicamente avanzata.

È un percorso che il sindacato giudica positivo nella direzione, perché recupera attività manutentive di valore e rafforza il presidio tecnico interno. Ma non mancano le ombre: persistono criticità logistiche in diversi impianti, problemi nell’approvvigionamento dei dispositivi di protezione e servizi essenziali – dal lavaggio degli indumenti agli automezzi – che faticano a funzionare con regolarità.

In questo quadro, mentre si discute di nuovi modelli organizzativi e di flotte diagnostiche di ultima generazione, resta sullo sfondo un tema che molti operatori del settore conoscono bene: la sensazione che alcune filiere operative, compresi i servizi di condotta, risentano ancora di una gestione non sempre lineare tra programmazione, turnazioni e supporto organizzativo. Non è il nodo centrale del confronto di queste settimane ma è uno di quei segnali che ricordano come l’efficienza della rete ferroviaria non dipenda solo dalle tecnologie o dai piani industriali ma, soprattutto, dalla capacità di coordinare in modo coerente tutte le componenti del sistema.

La sfida, insomma, non è solo innovare ma far funzionare meglio ciò che già esiste. Su questo terreno, più che nei progetti, si misurerà la reale capacità di cambiamento del sistema ferroviario.