Non riuscire a raggiungere i 20 anni di contributi richiesti per la pensione di vecchiaia fa pensare a molti lavoratori di non avere più possibilità di ottenere una pensione. In realtà alcune alternative esistono, anche se dipendono da diversi fattori come l’età, il periodo in cui sono stati versati i contributi, la gestione previdenziale e il sistema di calcolo applicato alla propria posizione.
La regola generale del sistema previdenziale italiano resta quella dei 67 anni di età con almeno 20 anni di contributi. Quando però questa soglia non viene raggiunta, non significa necessariamente che ogni strada sia chiusa. In alcune situazioni è infatti possibile accedere comunque a una pensione oppure trovare strumenti per completare la contribuzione mancante.
Una delle possibilità riguarda la pensione di vecchiaia contributiva. Questa soluzione interessa i lavoratori che rientrano nel cosiddetto sistema contributivo puro, cioè chi non possiede contributi prima del 1996 o ha aderito a specifiche opzioni di calcolo. In questi casi la pensione può essere ottenuta a 71 anni con almeno 5 anni di contributi effettivi. L’importo dell’assegno viene calcolato interamente con il metodo contributivo e quindi dipende dai versamenti realmente effettuati durante la vita lavorativa.
Un’altra strada, valida solo in alcune situazioni, è quella della pensione con 15 anni di contributi prevista dalle cosiddette deroghe Amato. Questa possibilità non è automatica per tutti, ma riguarda chi rientra in condizioni precise. Tra queste ci sono i lavoratori che avevano maturato almeno 15 anni di contributi entro il 31 dicembre 1992 oppure coloro che avevano ottenuto l’autorizzazione ai versamenti volontari entro la stessa data. Un’ulteriore ipotesi riguarda chi possiede almeno 25 anni di anzianità assicurativa ma ha avuto una carriera lavorativa discontinua per lunghi periodi.
Quando i contributi accumulati non bastano per raggiungere i requisiti minimi, una soluzione può essere quella dei contributi volontari. Questo strumento consente di continuare a versare contributi anche dopo aver interrotto l’attività lavorativa, con l’obiettivo di completare il requisito necessario per la pensione. Per ottenere l’autorizzazione dall’INPS occorre avere almeno cinque anni di contributi effettivi oppure tre anni di contributi versati nei cinque anni precedenti la domanda.
Esistono inoltre alcune situazioni particolari in cui le regole possono essere diverse rispetto a quelle previste per la generalità dei lavoratori. Alcune categorie tutelate, come i lavoratori non vedenti, possono beneficiare di requisiti più favorevoli. Anche alcune casse professionali prevedono talvolta condizioni contributive differenti rispetto a quelle dell’INPS.
Quando invece non è possibile maturare una pensione previdenziale, resta la possibilità dell’assegno sociale. Si tratta però di una prestazione assistenziale, non legata ai contributi versati, riconosciuta a chi ha almeno 67 anni e si trova in condizioni economiche difficili, nel rispetto dei limiti di reddito stabiliti ogni anno.
Tra le opzioni esiste anche il Fondo Casalinghe, destinato a chi svolge attività di cura domestica non retribuita. In questo caso la pensione può essere ottenuta a partire dai 57 anni con almeno cinque anni di contributi versati nel fondo, anche se prima dei 65 anni è necessario che l’importo maturato raggiunga una determinata soglia minima.
Per chi ha pochi contributi il passaggio più importante resta comunque la verifica della propria posizione previdenziale. Controllare l’estratto conto contributivo permette di capire quali periodi risultano realmente accreditati e se esistono possibilità di cumulo, riscatto o integrazione dei versamenti. Solo dopo questa verifica è possibile individuare la soluzione più adatta tra pensione contributiva a 71 anni, deroga con 15 anni, versamenti volontari o eventuali misure assistenziali.






