Jump to Navigation
Share
Martedì, Aprile 28, 2026

Aggressioni, paura e lavoro quotidiano: la sicurezza del personale ferroviario torna al centro del confronto con Trenitalia, tra numeri che non bastano e una realtà che chiede risposte concrete

C’è un momento, nelle riunioni come quella del primo aprile con Trenitalia, in cui i numeri smettono di essere dati e diventano storie. Storie di chi lavora sui treni, nelle stazioni, nei turni notturni, spesso da solo e scopre ogni giorno che la divisa non protegge più. Il confronto si è concentrato sulla sicurezza del personale front-line, ma soprattutto su quel fenomeno ormai strutturale che sono le aggressioni, cresciute negli ultimi anni e diventate parte di una quotidianità che non può essere normalizzata. 

L’azienda ha portato dati, modelli, percentuali. Ha raccontato di una riorganizzazione della sicurezza, di una Direzione dedicata, di un sistema che analizza, pianifica e interviene. Ha parlato di più controlli, più presenze, più azioni sul territorio. Ha anche evidenziato una lieve flessione delle aggressioni denunciate nel 2025 ma il punto, quello vero, è rimasto sospeso: i numeri, da soli, non bastano a restituire la percezione reale di chi lavora ogni giorno in condizioni di rischio.

Perché il problema non è solo quanto accade, ma quanto non emerge. Le aggressioni non sempre sono denunciate, non sempre classificate in modo chiaro, non sempre distinguono tra violenza fisica e verbale. E così il fenomeno rischia di essere sottostimato mentre nelle tratte regionali, nei turni serali, nelle stazioni minori la tensione resta alta e spesso invisibile.

Il sindacato ha riportato il confronto su questo piano concreto. Ha chiesto dati veri, leggibili, confrontabili nel tempo. Ha chiesto di sapere dove accadono i fatti, su quali treni, in quali fasce orarie. Ha chiesto, soprattutto, di non lasciare soli i lavoratori. Perché dietro ogni episodio c’è una persona che deve decidere se denunciare, affrontare un percorso spesso complesso o lasciar perdere. E questo, in un sistema che dovrebbe tutelare, non è accettabile. 

Si è parlato di tecnologie, di bodycam, di videosorveglianza. Strumenti utili, forse necessari ma che non possono diventare l’unica risposta. Si è parlato di filtri sotto bordo, di controlli agli accessi, di presenza delle forze dell’ordine. Ma il nodo resta quello di sempre: la sicurezza non è un dispositivo, è una condizione. E quella condizione oggi non è garantita ovunque, né per tutti.

Particolarmente forte è stato il richiamo alla tutela dopo l’aggressione: supporto psicologico, assistenza legale, riconoscimento del tempo per le denunce. Non come concessioni, ma come diritti. Così come è stata ribadita la necessità di proteggere chi lavora in solitudine, soprattutto nelle ore notturne, in contesti isolati dove il rischio non è teorico ma reale.

La richiesta è chiara: serve un confronto continuo, strutturato, non episodico. Un tavolo permanente sulla sicurezza che metta insieme azienda, sindacato e istituzioni, perché la distinzione è netta: la sicurezza sul lavoro è responsabilità aziendale ma la sicurezza pubblica chiama in causa lo Stato.

Quella del primo aprile non è stata una riunione qualsiasi. È stata la fotografia di un sistema che prova a reagire, ma che deve ancora dimostrare di saper proteggere davvero chi lo fa funzionare ogni giorno. Perché lavorare non può diventare un atto di resistenza. E la sicurezza non può restare una promessa.